La libertà di satira

Al di là dei tragici fatti di Parigi, la domanda da porsi è la seguente: la libertà di satira è assoluta o deve avere dei limiti? L'ideale sarebbe che i limiti se li ponessero i creativi, gli autori e vignettisti satirici e non che venissero loro imposti da fatue islamiche o da sentenze di giudici.

Vorrei fare un esempio forse sciocco e banale, ma che secondo me spiega bene alcuni limiti che non devono essere superati:

se un famoso vignettista ce l'ha con il vicino di casa per motivi suoi personali, non può prendersi gioco del vicino stesso attraverso una vignetta in cui la persona presa di mira sia comunque identificabile, per il semplice fatto che il bersaglio non è un personaggio pubblico,
né tanto meno possono essere oggetti di satira gli aspetti o i comportamenti privati di un personaggio pubblico.
Attraverso la satira si possono compiere dei reati e per tali reati si viene puniti in conseguenza delle leggi vigenti nello stato dove tale reato è stato compiuto.
In molti paesi il vilipendio della religione e la blasfemia possono costituire o meno reato: la tendenza per questo tipo di reati e per il vilipendio in generale è quella di depenalizzare tali reati sostituendo la pena detentiva con sanzioni amministrative.

Appare comunque evidente che un limite alla libertà di satira, ma anche di stampa, ci deve essere, almeno questa è la mia opinione, e sta all'intelligenza dei giudici capire quando è o meno il caso di condannare chi tali opere ha creato o ha diffuso.

Ritengo comunque che, anche nel caso di "offese" a livello transnazionale, la competenza sia, in generale, di esclusiva pertinenza dei giudici del paese in cui il reato è stato commesso.
Se un vignettista italiano offende il capo di stato di un paese straniero sarà la giustizia italiana ad occuparsene: l'ambasciatore del paese offeso potrà ovviamente protestare etc.

Sarebbe secondo me opportuno evitare di offendere le proprie e altrui divinità, limitandosi al massimo a burlarsi del comportamento pubblico di chi tali divinità rappresenta in terra.

Non si deve permettere che un imam o un'ayatollah emetta una fawta di morte contro un cittadino straniero, soprattutto se tale autorità religiosa opera all'interno di uno stato riconosciuto dall'ONU.

La  fatwa di morte che l'ayatollah Khomeini emise nel 1989 contro lo scrittore Salman Rushdie, doveva essere considerata dalla Gran Bretagna come una vera e propria dichiarazione di guerra da parte dell'Iran.

Anche gli stati musulmani devono rispettare le regole diplomatiche e gli stati democratici non devono subire passivamente atti da parte di questi stati che violino queste guerre.

Non è in ogni caso una situazione semplice, non è più il tempo delle crociate e gli interessi economici sono enormi, interessi a cui però anche i paesi arabi sono sensibili, quindi semplicemente l'occidente deve essere compatto nel difendere alcuni valori, come quelli connessi alla libertà di pensiero, senza lasciare spazio alle spinte censorie dei paesi musulmani.

Le dinamiche che hanno portato all'attentato contro il giornale satirico francese Charlie Hebdo non sono ancora del tutto chiaro: dietro gli attentatori c'è Isis o Al Qaeda? O nessuna delle due, almeno direttamente?

E comunque evidente che oltre a guardare con fermezza fuori dai confini del nostro mondo occidentale dobbiamo guardare anche con attenzione al nostro interno, cercando un alleato nella lotta al fanatismo religioso anche nel mondo islamico moderato e non facendo di tutta l'erba un fascio.

Ma non ci deve essere spazio per quelle organizzazioni, di qualunque natura religiosa, che non dovessero esprimere una ferma condanna contro ogni atto terroristico e contro ogni serie violazione delle leggi vigenti.

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